2 fatti a proposito di automazione del lavoro che non conosci

Che il mondo del lavoro stia attraversando una fase di grandi cambiamenti è una certezza, quello che ancora non si riesce a prevedere è come sarà davvero la vita dei lavoratori tra 10-20-30 anni.

Esisterà ancora il lavoro o l’automazione dei processi raggiungerà un livello tale da sostituire in maniera completa la presenza umana?
É questa la domanda che in molti si stanno ponendo perché dalla risposta dipendono le sorti di tanti lavoratori.

Un’élite ristretta di persone è pronta a cavalcare l’onda della svolta e sta sviluppando sofisticati sistemi, concentrando nella tecnologia tutte le risorse necessarie affinché l’automazione completa sia una realtà a favore proprio di chi la sta progettando e realizzando.
Un’élite ancora più ristretta sta invece studiando il fenomeno e formulando teorie su cosa accadrà nel futuro.

Yuval Noah Harari, storico e professore universitario israeliano, in una sua intervista rilasciata al Sunday Times nell’agosto 2016 evidenziava che un possibile sviluppo futuro è proprio l’affidamento del controllo totale di ogni attività lavorativa agli algoritmi.
Perché ci affideremo ad un algoritmo secondo Harari?
Perché il processo decisionale di un algoritmo è più preciso di quello umano, considerato che i grandi colossi tecnologici, grazie ai social network e ai loro sistemi di profilazione, stanno registrando una conoscenza sempre più completa delle informazioni che ci riguardano, un algoritmo che interpreta questi dati saprà decidere meglio di un essere umano.

Questa invasione tecnologica porterà al diffondersi della tecno-religione, cioè il convincimento collettivo che la tecnologia agirà nel nostro interesse.
Cosa accadrà allora al mondo del lavoro in questo scenario?
Il lavoro come concetto sarà quindi presumibilmente tutto automatizzato perché più conveniente.
In questo senso è interessante leggere alcuni dati che ci raccontano, di come erroneamente si pensa, che l’automazione riguarderà solo i settori che producono beni. Una statistica interessante riguarda la Goldman Sachs ed evidenzia due dati:
– il primo è che nel 2000 aveva 600 Cash Equity Traders, mentre oggi ci sono solo 2 persone a svolgere questa attività;
– il secondo dice che in Goldman Sachs dei circa 33.000 dipendenti, ben 9.000 sono ingegneri.

Ma come sarà la nostra società quando il lavoro in ufficio avrà completamente lasciato il posto all’automazione?
Secondo Harari la società potrebbe dividersi in due: una élite molto piccola di persone (detta élite cognitiva) che avrà a disposizione i migliori algoritmi decisionali e una grande massa di persone, costituita dai cosiddetti useless class, cioè la classe sociale degli inutili che non hanno lavoro e ruolo nella società.
Tranne che per pochi questo scenario può apparire inquietante.
Se infatti socialmente bisognerebbe aprire un dibattito sull’etica della tecnologia, sul piano personale è necessario preparare un piano d’azione per restare nel mondo del lavoro.
Non è certo facile fornire una soluzione, ma è certo che quando più ci si rende utili e unici nel mercato del lavoro quanto più si avrà qualche speranza di sopravvivere professionalmente all’inarrestabile processo di automazione.

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